L’arte al chiuso. Episodio 1.

Rubrica a puntate sui molti modi di fare arte restando a casa.

di Chiara Di Stefano.

Quante cose si possono fare stando chiusi dentro casa?
In questi giorni ci siamo accorti della quantità di “lo faccio dopo” che avevamo accantonato e messo in cantiere per tempi migliori.
Le nostre case sono in uno stato perenne di pulizie di primavera unite a un lavorio di fornelli degno della viglia di Natale. 
Ma se noi da questa quarantena usciremo con alcuni chili in più e la voglia di abbracciare anche i pali della luce, cosa accade ai creativi costretti in casa?
Shakespeare, come noto, durante una quarantena ha scritto il Re Lear. 
Ma gli artisti visivi?
Cosa accade quando gli artisti visivi stanno chiusi dentro casa?
La sperimentazione di alcune forme di video arte nasce dalla necessità di diffondere le azioni performative degli artisti che, chiusi nei loro studi, iniziano ad utilizzare il corpo come una tela. 
Eh, sì perché tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, si affacciano sulla scena una serie di artisti che iniziano a sperimentare l’uso del corpo come veicolo di sperimentazione artistica. 
Alcuni artisti interpretano il corpo come un campo aperto dove mettere in discussione la morale sessuale.
Il lavoro sulla superficie corpo si trasforma in un’azione pittorica di sovversione delle regole imposte dalla società. Il corpo è spesso nudo, abusato, modificato, testimone del disagio e della mancanza di certezze. Nasce così quella che viene definita sui manuali “Body Art” in cui l’artista agisce su un corpo, quasi sempre il proprio, in una serie di azioni che lo portano a mettere alla prova forza fisica e resistenza al dolore. 
Una prerogativa della Body Art infatti è quella di spingere il corpo verso i propri limiti per sondarne le potenzialità in termini di resistenza al dolore, alla fatica, all’oltraggio o all’abuso. In questo contesto le azioni di Body Art prevedono o meno la presenza di un pubblico. L’artista mette in scena la propria corporeità sottoponendola alle esperienze più diverse e che sfidano il comune senso del pudore, la sensibilità, il rapporto tra dimensione pubblica e privata. 

Ma gli artisti visivi? Cosa accade quando gli artisti visivi stanno chiusi dentro casa?

Per testimoniare queste azioni la Body Art sfrutta le potenzialità della ripresa video e della fotografia che divengono media privilegiati per testimoniare gli eventi performativi compiuti dagli artisti e anche per renderle poi replicabili e vendibili a collezionisti e musei. E tra i primi video in cui la Body Art, l’arte performativa e la video arte si incontrano che troviamo le azioni di Bruce Nauman, un artista che è difficile definire e incasellare in un solo movimento artistico e che fin dalla metà degli anni Sessanta ha sperimentato con tutti i mezzi a disposizione per diffondere le sue idee artistiche. 
Così, al chiuso del suo studio, nasce “Walkin’ in an exagerated manner”, (1966). Un video girato con camera fissa che testimonia lo sforzo di muoversi lentamente e appunto, in modo esagerato, lungo un perimetro segnato con lo scotch 

Bruce Nauman.Walkin’ in an exagerated manner”, (1966)

L’artista si muove con lentezza lungo le linee che ha segnato sul pavimento, sforzandosi di esagerare ma allo stesso tempo infondere significato ad ogni passo, ad ogni movimento del suo corpo. In questa azione, che dura dieci minuti, Nauman prova a riflettere sulle potenzialità del corpo, sulla sua capacità di resistenza. 
Tutta l’azione si svolge in solitaria, al chiuso dello studio ed è la camera fissa a segnalare questa solitudine.
Nauman esce ed entra dall’inquadratura in funzione della sua posizione nello studio e quando lo perdiamo di vista ci troviamo nella necessità di provare una seppur minima apprensione augurandoci che torni ad apparire tutto intero sullo schermo. Sano e salvo. 
La video arte nel corso del tempo è diventata una delle forme di comunicazione predilette dagli artisti che, agli albori della loro carriera, si riprendono in uno spazio vuoto e chiuso. 

La video arte nel corso del tempo è diventata una delle forme di comunicazione predilette dagli artisti che, agli albori della loro carriera, si riprendono in uno spazio vuoto e chiuso. 


Così per la sua tesi di laurea “Field Dressing” (1989) il celebre videoartista Matthew Barney si riprende sempre con l’espediente della camera fissa mentre grazie alle sue qualità atletiche, si arrampica sulle pareti del proprio studio. Mentre penzola dal soffitto mette in atto l’operazione maniacale di chiudere ogni orifizio del proprio corpo con della vaselina che ogni volta raccoglie dal pavimento. L’azione lo sottopone ad uno sforzo sempre maggiore e lo spinge all’estremo della resistenza fisica.
Quello che rende questa performance differente dalle sperimentazioni di Nauman è la ricerca estetica dell’artista in cui confluiscono il glamour e la patina fotografica delle riviste di moda e sport – Barney per mantenersi agli studi aveva lavorato come modello – rendendo di fatto il suo uno stile unico e nuovo. “Field Dressing” è il primo di una serie di video che intitola “Drawing Restraint”. 
Nel secondo Drawing Restraint la camera non è più fissa e con l’aiuto di un operatore, ma sempre al chiuso di uno scantinato e usando attrezzi e oggetti del quotidiano l’artista nuovamente si sottopone ad un enorme sforzo, quello di disegnare grazie ad ausili e protesi trovandosi in un equilibrio più che precario. 

Bruce Nauman.Walkin’ in an exagerated manner”, (1966)

Come vedete le possibilità offerte dalle quattro mura sono incredibili. Magari, senza saltare sui muri, provate a ripensare il vostro spazio e la vostra idea di corporeità come hanno fatto Nauman e Barney.