L’arte al chiuso. Episodio 2.

Rubrica a puntate sui molti modi di fare arte restando a casa.

di Chiara Di Stefano.

Molti di noi quando pensano ad un paesaggio pensano all’Impressionismo. A quei pionieri del pennello e della tela tascabile capeggiati da Monet che grazie alle scoperte scientifiche del XIX secolo hanno iniziato a poter andare a dipingere all’aperto – o come si dice più correttamente en plein air – quello che avevano davanti ai loro occhi: paesaggi urbani, scene di campagna e scene di vita quotidiana. 
Se poi parliamo di Monet non possiamo non pensare alla serie infinita di ninfee che dipinge nel corso della sua lunga vita, dalle prime – dipinte nel 1883 – alle ultime – dipinte nel 1926, quando ormai è praticamente cieco, su committenza statale per essere collocate nel Museo dell’Orangerie, dove si trovano ancora oggi (e dove vale la pena di andare quando sarà possibile!). 
Quella di Monet è una passione e un’esigenza: ha bisogno di studiare come la luce del giorno, al suo variare, si rifletta sull’acqua. Ed è talmente interessato a questo fenomeno che proprio nel 1883 si trasferisce nei pressi di Parigi, a Giverny, dove si fa costruire uno stagno e un giardino “alla moda” giapponese con tanto di ponte e, appunto, di ninfee. 

Claude Monet, Ninfee e Nuvole, 1920 – 1926

Quando Monet dipinge la serie di tele per l’Orangerie si trova alla fine della sua vita – e infatti solo gli eredi nel 1927 consegneranno le tele allo Stato francese – e dipinge quasi a memoria. Sono per un certo verso “paesaggi interiori” a cui l’artista lavora solo sulla base di una percezione semi-indistinta della luce. Ma esistono anche degli artisti che hanno lavorato sui propri paesaggi interiori senza mai uscire dal proprio studio. 

Jackson Pollock

Jackson Pollock, il campione dell’arte cosiddetta “tipicamente americana” – per citare il critico Clement Greenberg – ad esempio, lavora solo, nel suo studio, dipingendo quelli che possiamo definire proprio “paesaggi interiori”. 
Pollock nasce nel Wyoming nel 1912 e si avvia alla carriera di artista a New York. Fin dai primi anni della sua permanenza in città il giovane Pollock frequenta locali notturni e soprattutto diviene presto schiavo dell’alcool, una dipendenza che lo condurrà a morte precoce nel 1956. Alla ricerca della costruzione di un suo lessico mitico-magico, si appassiona alle arti primitive e in particolare all’arte dei nativi americani e alla mitologia greca. Nell’arte dei nativi americani, e nella loro religiosità intensa fatta di simboli panteisti legati al rito della natura, Pollock trova uno stimolo che coniuga con le ricerche psicanalitiche che sta compiendo grazie ad una terapia di tipo junghiano. 
La terapia, che include principalmente la possibilità di illustrare il proprio lavoro onirico attraverso il disegno, unita alle suggestioni che gli derivano dalla visione delle opere dei Surrealisti che fin dalla seconda metà degli anni Trenta sono presenti a New York, lo porta alla costruzione di una serie di tele in cui si incontrano l’ispirazione onirica e la cultura dei nativi americani.

Esistono anche degli artisti che hanno lavorato sui propri paesaggi interiori senza mai uscire dal proprio studio. 


Alla fine della guerra sviluppa una serie di tele nelle quali la dose di astrazione va via via aumentando come aumenta la necessità di illustrare le pulsioni dell’inconscio. L’espediente resta quello del paesaggio anche se, sempre di più, il colore – spesso, materico, steso con la spatola o con il pennello da imbianchino – diventa il protagonista della tela e il soggetto va via via assumendo tratti di necessaria astrazione. 
Il vero passaggio che rende Pollock il campione dell’Arte tipicamente americana è quello che l’artista compie nei confronti della pittura da cavalletto. Secondo Greenberg è infatti fondamentale, che la pittura da cavalletto, intesa come l’azione del dipingere con la tela in verticale, venga sovvertita e ripensata. 
A partire al 1947 Pollock inizia a dipingere ponendo le tele in orizzontale, nel fienile adibito a studio della sua fattoria negli Hampton. L’azione di Pollock nei confronti della tela è assimilabile ad una vera e propria danza solitaria, che è ci è possibile vedere grazie alla meravigliosa serie di scatti di Hans Namuth che lo ritraggono durante tutto il suo processo creativo mentre si trova nel suo fienile. 

Jackson Pollock

Nelle opere di Pollock la tela – spesso lasciata grezza per ampie porzioni del dipinto – è attraversata da schizzi e linee di colore che l’artista lascia sgocciolare direttamente dal pennello o da un barattolo di vernice industriale bucato. La tecnica dello sgocciolamento o dripping porta l’artista alla creazione di un lavoro che solo apparentemente è frutto del caso. Muovendosi su di essa come uno sciamano indiano, l’artista giustappone strati di colore che lungi da essere un’operazione di recupero della scrittura automatica e casuale di natura surrealista, si propongono invece di creare un ritmo ben definito. È il caso di Alchemy (1947) in cui si capisce bene la necessità dell’artista di muoversi sopra la tela seguendo uno schema compositivo in cui le linee dei colori assumono una giustapposizione armonica che è lontana dalla casualità e vicina invece ad un ordine interno. Lo spessore del pigmento, in questa come in altre tele dello stesso periodo, ha permesso ai restauratori di ritrovare all’interno della tela una serie di elementi “estranei” quali mozziconi di sigaretta pezzi di legno e impronte di scarpe, a testimoniare la quotidianità dell’artista che si aggirava sopra alle sue tele per ore e ore ogni giorno.  

Nelle opere di Pollock la tela è attraversata da schizzi e linee di colore che l’artista lascia sgocciolare direttamente dal pennello o da un barattolo di vernice industriale bucato.


Provate anche voi a tirare fuori il vostro paesaggio interiore, potreste correre il rischio di scoprire qualcosa di voi stessi che ancora non conoscete o, al massimo, di macchiare per sempre il parquet con la vernice industriale.