Cinque parole e una sfida: come l’arte può parlarci della vita durante una pandemia.

Emergenza, Evento, Casa, Respirare, Aperture. Cinque parole, ciascuna legata a un aspetto significativo della vita durante la pandemia. A ognuna abbiamo associato un’opera d’arte, per ricordarci che il nesso fra parole, arte e vita è sempre qualcosa di concreto e ci parla della vita stessa.

Thierry Geoffroy/COLONEL - Stay home if you have one

Un anno fa, in una Brescia intravista solo dalla finestra, mi ritrovavo a leggere un articolo del filologo Filippomaria Pontani sull’arte e la pandemia. All’epoca non era assolutamente chiaro cosa quest’ultima parola implicasse nel breve e lungo termine, ma quell’articolo, che accostava così acutamente arte e respiratori – quasi fosse un binomio consueto nella critica d’arte – mi accese. Lo condivisi, digitando veloce, ai miei conoscenti e lanciando a tutti loro la sfida: provate a trovare un’opera d’arte che rappresenti questo momento drammatico e inaspettato. Pontani raccontava di un’ industriosa gara tra specialisti, giornalisti, critici, tutti intenti a cercare l’opera d’arte perfetta, quella che meglio poteva esemplificare il silenzio e la paura di quei giorni strani. Si ricercava l’immagine, la scultura, l’installazione artistica che doveva parlare e far parlare della pandemia. L’opera che, se eravamo fortunati, poteva anche aiutarci a vaticinare su quello che sarebbe accaduto poi, quasi l’arte del passato fosse una sibilla, un messo piombato nel 2020 per dirci a quali dettagli prestare più attenzione.

Egon Schiele, Autoritratto con camicia rigata, 1910 (© Leopold Museum)

E così si rovistava speranzosi nella cultura visuale e letteraria di ogni epoca, stupendosi delle macabre maschere con il becco ritratte nelle incisioni del XVII secolo durante la peste europea, di come Egon Schiele fosse morto durante l’epidemia di influenza spagnola (e le sue opere disturbanti, in fondo, non ci parlavano di quella?) e facendo registrare alle edizioni Gallimard un aumento del 40% sulle vendite de La Peste di Camus. Le piazze deserte, in cui la vita era stata sospesa, ricordavano i luoghi metafisici di De Chirico, e le nostre case, in cui il tempo continuava a scorrere ma dilatato, si trasformavano in un qualsiasi interno di Hopper, statico, impenetrabile e popolato da personaggi in attesa.

Tuttavia, questo gioco di corrispondenze si faceva ancora più difficile senza l’esperienza necessaria atta a tracciare puntuali parallelismi. Si affidava all’arte e alla letteratura il compito di commentare un evento che ancora non era stato vissuto a pieno, spinti dall’urgenza di capire, valutare, di trovare strumenti interpretativi per rappresentare un momento storico di cui però coglievamo solo limitatamente l’entità. A un anno di distanza dalla sfida lanciata da Pontani, sorge spontaneo chiedersi: e oggi? Oggi che più di un anno è intercorso dal primo lockdown, quali opere d’arte sceglieremmo per rappresentare questa esperienza individuale e collettiva? 
Ci sono molte parole in questi lunghi giorni  che si sono ripetute e sono entrate a far parte del lessico comune, alcune insolite, come “saturimetro” o “assembramento”, altre invece familiari ma risemantizzate, adattate a una nuova quotidianità. Ne ho scelte cinque, ciascuna legata a un aspetto significativo della vita durante la pandemia. A ognuna è associata un’opera d’arte, in alcuni casi precedente a questo momento critico, in altri nata in seno a esso, per ricordarci che iI nesso fra parole, arte e vita è sempre qualcosa di tangibile e interno alla vita stessa. 

La peste di Albert Camus

Emergenza. L’arte, con il cinema e la letteratura, ha già da tempo incarnato le visioni distopiche della contemporaneità, legate ora alle crisi ecologiche e umanitarie, ora al rapporto con il digitale o al terrorismo mediatico. Questa sensazione di stato emergenziale, di costante allerta e precarietà, accompagna anche le giornate ai tempi della pandemia, come un ronzio costante. 
L’installazione TH2058, progettata nel 2008 dall’artista Dominique Gonzalez-Foerster per la serie Unilever della Tate Modern, dà forma in modo letterale a quest’idea di emergenza. L’artista immagina una Londra del 2058, sferzata da piogge senza sosta, dove i cittadini sono costretti a cercare rifugio in un bunker costruito all’interno del museo. I letti, brandine in metallo blu e gialle, sono letti di fortuna, un accampamento emergenziale minacciato da inquietanti sculture che incombono dall’alto, forse presagi di un attacco alieno, un corpo estraneo imprevisto. Gonzalez-Foerster creò questa “architettura della paura” in un momento in cui certe distopie erano solo fiction. Tuttavia, mentre la si guarda con gli occhi attuali è difficile non pensare agli ospedali da campo, allestiti nella fase più emergenziale della pandemia, ai reparti, ma anche a tutti quei musei italiani che si sono resi disponibili a prestare i propri spazi per accelerare la campagna vaccinale. Da luoghi della cultura a luoghi di cura.

TH.2058 al Tate Modern Museum

Evento. O meglio, la mancanza dell’evento. La pandemia ha messo in luce quanto lo slittamento virtuale non possa sostituire completamente l’esperienza in presenza. Manca l’elemento della condivisione, il partecipare fisicamente a un’iniziativa, il sentirsi parte di una situazione. Per usare il gergo artistico, manca l’happening, e non solo la performance
L’arte contemporanea è sempre più interattiva e partecipativa, ma ci sono opere che più di altre non esisterebbero se i visitatori non si trovassero tutti fisicamente nella stessa stanza. La mia preferita è Forest of Resonating Lamps, del collettivo giapponese teamLab. Le centinaia di lampade in vetro di Murano che caratterizzano questa installazione si illuminano solo in risposta all’interazione umana; se un visitatore si avvicina a una di esse, la luce si propaga anche a quelle vicine. Va da sé che più persone si trovano nella stanza a breve distanza, più il risultato sarà spettacolare. Mi risulta complesso immaginare un effetto del genere ottenuto su Zoom.

Casa. Restiamo a casa, lavoriamo da casa, viviamo da casa. La pandemia ha creato un cortocircuito tra spazio interno ed esterno, tra la sfera del privato e quella pubblica. I muri di casa sono l’ultima sottile barriera capace di scorporare dentro e fuori. In questo spazio accavallato, le problematicità del mondo esterno invece che attutirsi si amplificano. In quest’anno da remoto il covid-19 ha sollevato vecchie difficoltà del mondo globale che rimbombano, come echi in una stanza vuota. 
L’artista Thierry Geoffrey, in stay home if you have one è riuscito a fondere problemi collettivi e individuali, ragionando precisamente sul concetto di casa. Nei quartieri benestanti di Copenhagen ha installato delle tende da campeggio, con messaggi di sensibilizzazione su tematiche sociali passate in secondo piano durante l’emergenza sanitaria. Geoffrey si riappropria dello spazio pubblico, mettendo in piazza le criticità di chi uno spazio sicuro e tiepido in cui trovar rifugio non ce l’ha. Un allenamento mirato a sviluppare quello che lui chiama “the awareness muscle”, il muscolo della consapevolezza. 


Respirare. Mai come in questo momento l’aria e il respiro si sono vestiti di nuovi significati simbolici. Si parla di respiratori, di fiato corto e di boccate d’aria all’aperto, per inspirare a pieni polmoni. Un gesto così semplice e fisiologico è ora carico di significato vitale, e non c’è da sorprendersi se artisti e artiste già da tempo gli avevano dato estrema importanza. L’ Arte Povera e in particolare l’opera di Giuseppe Penone Respirare l’Ombra, oggi al castello di Rivoli, secondo Pontani, sono da sempre concentrate sul respiro, legandolo indissolubilmente al rapporto dell’uomo con la natura. 
Mi piace pensare che anche la pratica del collega poverista Gilberto Zorio, un’artista che ha più dell’alchimista che dello scultore, possa essere presa da spunto per raccontare un altro aspetto di questa pandemia. Per purificare le parole è una scultura in terracotta, imbevuta in una soluzione alcolica, dentro cui parlare. Come allude il titolo, è un ingegnoso progetto artistico per depurare metaforicamente la nostra voce, il nostro respiro. Ad oggi, in tempi di ffp2 e droplets, questo titolo così poetico mi fa pensare che sostanzialmente servono a questo le mascherine: a distillare le nostre parole.

Aperture. Ma cosa può fare concretamente l’arte per il pubblico se le porte dei luoghi della cultura sono serrate, se la cultura stessa si è rivelata la grande rimossa in questo inaspettato riassestamento. Non resta che aprire, anche solo metaforicamente. Portare ciò che c’è dentro, all’esterno. In questo senso, lo squarcio dello street artist JR sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze, che mostra l’interno dei musei fiorentini, è un’opera d’arte intensa e perfetta per quest’anno. La ferita degli spazi inaccessibili, come un’esplosione,  si trasforma in un’apertura, in un accesso inaspettato. Una feritoia. 

JR- La Ferita

La pratica artistica parla di ciò che viviamo e ne assorbe le sollecitazioni. Mai come in questi tempi interessanti affidarsi ai suoi spunti visuali può servire a districarsi in un panorama di nuove complessità. Questo gioco di echi e corrispondenze è solo l’inizio. Provare per credere.

La virgola è la porta girevole del pensiero.

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