Praticare la “sufficienza” per sentirsi umani: la fotografia di Cristina Mittermeier.

La fotografa e attivista messicana, da oltre 25 anni lavora seguendo la precisa missione di aiutare le persone a raggiungere la piena consapevolezza di cosa voglia dire “essere umani”. E sentire la responsabilità di esserlo.

La vulnerabilità fa parte di noi tutti in quanto esseri umani e non c’è nulla di cui vergognarsi. Il problema subentra quando la si asseconda lasciandosi trascinare verso una dimensione governata da senso di insoddisfazione, poca fiducia in se stessi e dalla continua ricerca dell’approvazione altrui. Quando l’inadeguatezza ci fa sentire di non essere “abbastanza”.
Abbastanza preparato per ottenere un lavoro, abbastanza determinato per raggiungere un obiettivo, abbastanza interessante per una relazione. O, semplicemente, non abbastanza nella vita.
Solo per fare un esempio concreto, i risultati pubblicati in Beauty Confidence e Autostima, l’ultima ricerca del Progetto Autostima lanciato dall’azienda Dove, ci dice che in Italia il 75% delle donne non si reputa abbastanza, con conseguenze spesso molto gravi per la loro salute psicofisica. E non va meglio agli uomini, che nella maggior parte dei casi sviluppa come conseguenza problemi di ansia e depressione.
Ma a pensarci bene poi, qual è il peso reale di questa parola: “abbastanza”, capace di resettare i nostri livelli di sicurezza, stabilendo di cosa abbiamo bisogno?

Incuriosita, sono andata a cercarla.
Etimologicamente il termine assume lo stesso significato di “sufficienza”. E forse qui sta il problema, nella mediocrità che gli attribuiamo decretando la negatività del concetto quando invece dovremmo provare a ribaltare il senso di scarsità in un senso di completezza.
Per riuscirci Cristina Mittermeier suggerisce di imparare a “praticare la sufficienza”, seguendo un modello di vita facile e felice.

Cristina Mittermeier

Fotografa, storyteller, ambientalista e attivista di origini messicane, nel 2005 fonda la piattaforma International League of Conservation Photographers, allo scopo di riunire chi lavora sui problemi ambientali, e nel 2014 la no-profit Sea Legacy, dedicata alla tutela degli oceani impiegando le tecniche dello storytelling.
Studia per diventare una biologa marina, ma capisce presto che la scienza non è il suo futuro. Ha bisogno di seguire un progetto concreto in grado di creare relazione tra uomo e ambiente, risvegliando il senso di appartenenza verso il bene comune. Trova nella fotografia questo strumento.

La mia camera è il mio passaporto per il mondo… Estensione della mente creativa… Elemento cruciale per trasformare l’apatia delle persone in azione.

Scopre di avere talento nel raccontare per immagini quanto accade al mondo e agli uomini. Così da oltre 25 anni lavora seguendo la precisa missione di aiutare le persone a raggiungere la piena consapevolezza di cosa voglia dire “essere umani”. Sentire la responsabilità di esserlo. Comprendere l’urgenza etica di considerare prioritarie per la nostra crescita le connessioni possibili al di là della specie di appartenenza o delle differenze culturali perché, infondo, qualsiasi storia di vita trova un po’ di spazio anche dentro ognuno di noi.

Il libro fotografico Amaze, pubblicato nel 2018, rappresenta l’apice di questa ricerca.
Inteso come una celebrazione della vita, degli esseri umani e della bellezza naturale della terra, racchiude una serie denominata Enoughness nella quale mostra l’altro volto del concetto di “abbastanza”: una leva motrice per le nostre coscienze. L’invito a essere consapevoli, responsabili e coinvolti abbandonando il lamento provocato da presunte mancanze.

Lo fa innanzitutto descrivendo il modo sostenibile di vivere delle popolazioni indigene conosciute durante i suoi viaggi dalla Guinea al Madagascar, dalla British Columbia alla Foresta Amazzonica. In queste storie, nascoste negli angoli più remoti della terra rischiando di essere dimenticate, è custodito il valore di un senso di appagamento il cui significato trascende dal possedere beni materiali e dal compiacimento sociale. Riguarda invece il modo in cui scegliamo di vivere le nostre vite. Ha a che fare con la capacità di generare felicità alimentandola mediante i legami stabiliti con le persone amate, con la propria cultura e radici, con la natura che ci circonda.
La differenza è tutta qui. Il sentire di avere abbastanza delle tribù indigene non si misura su parametri esterni all’uomo ma deriva dalla consapevolezza di possedere l’essenziale necessario a godere della vita con pienezza. Prendendo solo ciò di cui si ha bisogno e sfruttandolo al massimo in modo da lasciarne “a sufficienza” a chi verrà dopo.
Questo stimola appagamento. Ci rende felici. Ci rende umani.

Cristina Mittermeier

E non si tratta di una condizione poi così distante da noi.
Alle immagini la Mittermeier unisce la forza delle parole, stilando un manifesto di riferimento suddiviso in 5 punti praticabili da chiunque, nel quale ci invita a essere informati in modo da effettuare scelte consapevoli; a cercare la felicità nelle esperienze, piuttosto che nelle cose; ad attuare cambiamenti importanti a partire dalle piccole abitudini quotidiane; a considerare i rischi delle proposte e dei prodotti che sembrano convenienti; a praticare il riuso e la condivisione invece di accumulare inseguendo le novità.
Senza dimenticare di prendersi del tempo per esplorare il mondo meravigliandosi a partire dalle piccole cose. Ad esempio quei dettagli che rendono la nostra vita, la nostra persona completi, che spesso tralasciamo alla ricerca di qualcos’altro che possa metterci in discussione, spostando il baricentro del benessere all’infuori di noi.

Anna Gallo, PhD in Design e Innovazione, autrice e ghostwriter. 
Il suo campo di ricerca indaga l’archivio come luogo dinamico di conoscenza.
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