/

La scrittura atomica di Bukowski e l’onda “K” di Squid Game.

L’onda Koreana era iniziata a farsi sentire tempo fa, con Gangnam Style, ha raggiunto l'Oscar con Parasite e ora è consacrata a livello mondiale dal gioco del calamaro, Squid Game. E che c'entra Charles Bukowski in tutto questo?

Prima di leggere: avete guardate il video, sì?
Ci siamo?
Vi ha fatto pensare a qualcosa?
A me, a quando iniziamo a scrivere e abbiamo un’energia e una voglia di dire la nostra che cerchiamo in tutti i modi di far fare alla scrittura quei Bim, bim, bim, bim che suggerisce Bukowski.
Ci crediamo fin quando non proviamo a farci pubblicare qualcosa e ci accorgiamo che – soprattutto qui da noi – piace molto di più la signora McGillacutty seduta su una sedia alle 15:30 di una tipica mattina in Georgia.
Questa consapevolezza un po’ ci cambia, e ci porta spesso a dimenticare che dobbiamo raccontare una storia senza far avere attacchi narcolettici al lettore.
Già ci hanno detto che è più alto e profondo parlare per 200 pagine della lacerazione interiore di un personaggio turbato dalle sue convinzioni sociali che si vanno via via disgregando nella perdita di importanza della figura maschile vista come una metafora della subalternità identitaria della società contemporanea, qualsiasi cosa voglia dire,  se poi lo fate con sottili e pacate riflessioni sul simbolismo che scaturisce l’osservazione di una fotocopiatrice, beh: che la noia sia con noi!
Tuttavia è più rassicurate e controllabile una roba così, vende sempre bene, è un usato sicuro che non fa male a nessuno.

Per essere letti – ci dicono gli addetti ai lavori – è sempre meglio la tipica mattina in Georgia, i grandi drammi esistenziali narrati con pacatezza e scrittura piana, perché dei bim, bim, bim, non c’è bisogno.

Il “Bim, bim, bim, bim”, la scrittura atomica di Bukowski, no, alla gente non piace più, dicono.
Perché è una scrittura che va dritta al cuore passando per le viscere come una coltellata, perché è imprevedibile e cruda e Bukowski è ormai un grande classico da frasette social, ma che non legge più nessuno fino in fondo, insomma, lo abbiamo un po’ ammansito. 
Certo, c’è stata la corrente Tarantiniana con il codazzo Pulp arrivato in Italia con la gioventù cannibale, ma lì c’era solo molto sangue e cattiveria.
Io vi sto parlando di ritmo, di tensione che scorre nelle parole oltre che nella storia, tipo nei romanzi di Andrea G. Pinketts, uno dei pochi in Italia a essersi avvicinato all’atomo di Bukowski.

Per essere letti – ci dicono gli addetti ai lavori – è sempre meglio la tipica mattina in Georgia, i grandi drammi esistenziali narrati con pacatezza e scrittura piana, perché dei Bim, bim, bim, bim, non c’è bisogno, il pubblico non li vuole, non li apprezza, li trova troppo disturbanti per la lettura, vuole rilassarsi, vuole ragionare con calma sulle riflessioni esistenziali dei drammi negli uffici del personale.
Ci convinciamo che sia così, e che tutto il resto non potrà mai più funzionare.

Una scena di Squid Games

Poi arriva l’onda “K” e non sappiamo spiegarci come diavolo è che ci piace, che piace così tanto.
Era iniziata a farsi sentire tempo fa, prima con il K-pop di Gangnam Style, passando per le storiedi Kang Han e Yoko Ogawa, per arrivare a una vera e propria K-Culture da Oscar con Parasite, e poi consacrata a livello mondiale dal gioco del calamaro, Squid Game.
Il motore dell’onda in questione è proprio il ritmo e la velocità, la voglia di non annoiare mai, di stupire divertendo ma facendo pensare.
In quest’onda si sente la scrittura atomica di Bukowski, dove non c’è mai spazio per la riflessione sonnacchiosa, dove non si butta via nemmeno un minuto, si è sempre in tensione in un turbinio di colpi allo stomaco che alla fine ti lasciano a terra con una domanda e poche risposte tristi.

Squid Game dimostra coraggio, non si nasconde dietro ai silenzi dell’anima e con un modo non-nuovo, vecchio ma allo stesso tempo diverso, porta a emozionarci e riflettere. Esattamente come le crude poesie d’amore di Bukowski.

E Squid Game esagera la violenza, esagera la riflessione sociale, la porta all’estremo senza mai telefonarla, ce la fa vedere con i colori accecanti e le musiche bambinesche estranianti, il sangue, il bianco, le voce distorte, la paura.
Un Bim, bim, bim, bim, continuo, per quasi nove ore di fila senza respiro. Può non piacere, certo, ma per tenere incollati milioni di Italiani davanti a un film in lingua originale, poco avvezzi a questi ritmi e abituati a storie di tutt’altro tipo, ci vuole qualcosa che smuova sotto, non solo sopra.
Proprio quel qualcosa che ci hanno detto che non piace. 
Squid Game dimostra coraggio, non si nasconde dietro ai silenzi dell’anima e con un modo non-nuovo, vecchio ma allo stesso tempo diverso, porta a emozionarci e riflettere.
Esattamente come le crude poesie d’amore di Bukowski.
Un gioco nel Colosseo come non se ne vedevano da tempo, senza giri di parole o trucchi da fighetti, no: viviamo in una società cattiva, sanguinolenta e cinica e non è una novità, ma ti faccio vedere com’è davvero nella sua scintillante opacità, raccontata con le sue stesse storture.
Eccoti Squid Game, caro Charles.

La virgola è la porta girevole del pensiero.

Se tutti sapessero di più su ciò che ci circonda, il mondo sarebbe un posto migliore. Il nostro magazine di divulgazione culturale è gratis e libero, così da permettere a tutti di sapere di più.
Se ti piacciono i nostri articoli, potrai contribuire anche tu a raggiungere questo scopo.