Vivere viaggiando. Come essere cittadini del mondo? Dal sogno alla realtà.

Spesso si equipara il viaggiare al “prendersi una vacanza”, ovvero staccare dalla quotidianità e fare esperienza di qualcosa di diverso. E se invece considerassimo il viaggiare una forma di vita alternativa al nostro stile sedentario?

Dopo più di un anno di pandemia e diversi mesi in lockdown, dopo aver perso il lavoro e persone care, è facile entrare in sintonia con la protagonista di Nomadland. Fren è una donna sulla sessantina a cui non è rimasto più nulla da perdere che seguiamo nel suo viaggio spirituale e reale, verso l’immenso e desertico ovest, a bordo dell’amato van. Dopo aver perso il marito e il lavoro, per sopravvivere, Fren si trova costretta a vivere nel suo van e a spostarsi di città in città, di lavoro in lavoro. C’è differenza però tra il vivere in strada e il vivere sulla strada, tra essere senza casa e non possedere un’abitazione. Quando grazie a Linda incontra Bob, Swankie e il resto del gruppo, Fren impara i segreti e le gioie della vita sulla strada. Se inizialmente si era sentita costretta dalla disperazione finanziaria, adesso abbraccia questa nuovo modo di vivere. La vedremo, quindi, dare via le cose che aveva conservato dicendo: “I’m not gonna miss one thing”. E quando le propongono di fermarsi a casa di amici o parenti risponderà: “I’m not homeless, I’m just houseless”

Viaggiare è la più antica forma di incontro. Come ha sapientemente illustrato Marco Aime, è una pratica che sempre implica una rottura con la quotidianità e le nostre abitudini, sia a livello dello spazio sia a livello dei rapporti interpersonali. 

Gli uomini e le donne che vediamo sullo schermo, per la maggioranza non-attori o veri-nomadi, sono persone che hanno re-inventato sé stessi in maniera drammatica. Quando l’illusione dell’american dream costruita intorno al capitale economico e materiale scompare, si rivelano gli effetti indesiderati del comprare cose che non ci si può permettere e lavorare per grandi compagnie per le quali sei solamente un numero. Ci si orienta allora verso uno stile di vita alternativo, semplice e nomade, basato sulla capacità di adattamento, abbracciando, anziché lottare, i cambiamenti economici, sociali e culturali che stiamo vivendo. Bob Wells insiste sul sentimento di libertà che prova vivendo sulla strada, nel suo van, a contatto con la natura e libero dalle pressioni sociali, soprattutto dalla smania per il denaro e l’angoscia dei debiti. Questo è particolarmente vero non soltanto per chi ha perso tutto, non ha risparmi e solo debiti, ma anche per chi sta iniziando a costruire sé stesso, quelli che Dale Maharidge ha definito “F**ked at Birth”.

Frances McDormand in Nomadland

Già da diversi decenni uno stile di vita tradizionale che gira intorno al lavoro, alla famiglia, all’acquisto di una casa e di altri beni materiali, è diventato praticamente impossibile per un numero sempre più crescente di persone. La percentuale di occupazione giovanile è sempre più bassa e anche quando si viene assunti, il contratto è a tempo determinato o a stagione. Condizioni che non rendono possibile l’apertura di un mutuo né tantomeno il mettere da parte il fantomatico “gruzzoletto”. C’è chi continua a vivere con i propri genitori o in affitto condiviso, sostenendosi con lavoretti saltuari, e chi abbandona tutto e si mette in viaggio. 
Scegliere di viaggiare perché non esiste più o non è mai esistito un futuro nel posto dove si è nati, cresciuti o dove si sta vivendo, è una delle motivazioni più pragmatiche, che però non necessariamente determina il continuare a muoversi. Cos’è, invece, che spinge qualcuno a viaggiare senza fermarsi mai? Sant’Agostino scriveva che il mondo è come un libro, stare a casa propria è come leggere sempre la stessa pagina. Oppure parafrasando Ndjock Ngana, vivere in un solo posto e conoscere solo una maniera di esistere è una prigione.
Molte persone si riconosceranno in queste parole, sentiranno di comprenderne a fondo il significato, di sentire sulla pelle e dentro le ossa il senso di insofferenza verso la monotonia e la routine, la spinta verso l’ignoto, il desiderio di conoscenza e incontro con ciò che è altro, per poi scoprirlo parte di noi. Viaggiare è la più antica forma di incontro. Come ha sapientemente illustrato Marco Aime, è una pratica che sempre implica una rottura con la quotidianità e le nostre abitudini, sia a livello dello spazio sia a livello dei rapporti interpersonali. 
Sebbene il viaggio, come pratica, sia circondato da un alone romantico e da uno spirito avventuroso, scegliere di vivere viaggiando non è certo una soluzione confortevole. Ti spinge piuttosto ad abbandonare la tua comfort zone, a scontrarti e superare i tuoi limiti personali, a metterti in gioco nelle tua capacità pratiche e relazionali, non solo con gli altri, ma anche con te stessa. La mente del viaggiatore, come ha raccontato Eric J. Leed, cambia durante il viaggio, le sue capacità percettive si potenziano e si può affermare che in qualche modo è una persona diversa. 
E se prolungassimo questo stato? Se facessimo del viaggiare un modo di vivere? L’ho chiesto a Alejo che si definisce un cittadino del mondo

Mi hai raccontato che a 18 anni hai deciso di partire dalla Colombia per un viaggio e che da quel momento, ovvero 9 anni fa, non ti sei mai veramente fermato. Era questa la tua intenzione iniziale? 

Alejo: No (ride). Tutto è iniziato con un viaggio che sarebbe dovuto durare pochi mesi. Avevo idea di muovermi dalla Spagna alla Francia e poi un po’ dove capita. Non avevo molti soldi, perciò coglievo le occasioni che mi si presentavano. L’unica cosa che avevo chiara è che avevo voglia di conoscere il mondo.

E ci stai riuscendo! Ma cosa ti spinge a viaggiare, che significato ha per te? 

Alejo: Significa molto di più di quanto avrei potuto immaginare. Ho compreso che quel viaggio che da mesi è iniziato a durare anni, continuerà per il resto della mia vita. Viaggiare è un’azione, un processo, una parola che racchiude quella profondità che solo può comprendere chi l’ha esperito e l’eccitazione iniziale di chi lo sogna. Io penso che tutti noi esseri umani viaggiamo in qualche modo nel nostro allontanamento quotidiano dalla monotonia. Il viaggiare per me è un modo che ci permette di visualizzare, comprendere ed esperire le infinite espressioni della vita, delle cose, della storia del mondo che abitiamo e di cui siamo parte. 

La virgola è la porta girevole del pensiero.

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