Vivere senza obblighi produttivi. O della libertà dell’eros.

È possibile sognare (e vivere) un mondo in cui le nostre attività sono orientate alla crescita personale, incentivate dalla fantasia e dalla creatività, dall’entusiasmo e dal desiderio alla vita?

“The human race is a race against time, 
everybody’s running but they don’t know why”

(The undercover hippy, Human race)

La pandemia ancora in corso offre numerosi spunti di riflessione e altrettante lezioni utili per l’intera umanità, una di queste riguarda la percezione che abbiamo di noi stessi, del nostro tempo e, quindi, della nostra vita. Da un giorno all’altro il lockdown ci ha presi dall’ossessivo flusso di attività in cui siamo abituati a vivere e ci ha gettato, per un tempo che sembrava essere infinito, in un vuoto fatto di stasi e incertezza. Nel migliore dei casi, o forse no, ci siamo ritrovati bloccati soli con noi stessi dentro quattro mura. La nostra vita, votata all’azione e alla produzione è stata soppiantata di colpo dall’inazione, per un tempo non definito, rendendo tutti i progetti per il futuro ogni giorno più lontani e difficili da raggiungere. Chi è veramente riuscito a passare quei mesi nell’ozio più totale, ad annoiarsi, a non fare niente e a godersi questo stato di in-azione? La maggior parte di noi ha cercato di riempire il vuoto, quel vuoto intollerabile perché sentito come una perdita di tempo e una perdita di controllo. Il senso di colpa per l’inazione forzata ci ha spinto a seguire corsi online di lingue, di yoga, di cucina, oppure a fissare per ore uno schermo davanti a serie tv o reels, tutto per distrarci da una sensazione di malessere il cui significato ci sfugge: la mancanza di uno scopo, un utile. 

Secondo Freud, il prezzo della civiltà sarebbe la repressione di quella predisposizione originaria dell’uomo verso il piacere, e il suo disagio, quindi, la nevrosi.

Freud ne “Il disagio della civiltà” aveva avanzato un’analisi secondo la quale l’organizzazione sociale per esistere deve piegare e utilizzare gli istinti umani, in particolare le pulsioni erotiche, al servizio dello sviluppo produttivo della società, sublimandole. Il prezzo della civiltà – della comodità, dell’ordine e della sicurezza promesse – sarebbe, dunque, la repressione di quella predisposizione originaria dell’essere umano verso il piacere, e il suo disagio, quindi, la nevrosi. Ogni civiltà è dunque repressiva, la libertà – dice – non nasce con la civiltà, bensì è proprio da essa che viene sottoposta ad un controllo. Nel dopoguerra Marcuse si chiese “qual è la repressione in questa società?” e ci ha regalato una puntuale analisi della società moderna nel suo “Eros e civiltà”.

Il principio di piacere è stato sostituito dal il principio della performance, della prestazione, della produzione, del rendimento, in nome del quale l’individuo si vede imporre la rinuncia immediata ai piaceri – che devono ora essere guadagnati – in nome del dovere. L’azione umana, perciò, viene slegata dalle passioni e dai desideri del singolo, per trovare, invece, la sua motivazione nel rendimento. Per Marcuse era possibile invertire il senso di marcia e collettivamente liberarci dall’obbligo della produzione, quale imposizione esterna. Oggi le tradizionali agenzie di controllo hanno perso il loro potere e con la globalizzazione sembrano essere aumentate le possibilità di realizzazione del singolo, con uno speculare aumento della libertà di scelta. Quella imposizione, però, al contrario di quello che può sembrare, è tutt’altro che sparita, ha anzi acquisito ancora più forza nel momento in cui è stata individualizzata, incorporata dal singolo.  

Viviamo in una società in cui teoricamente tutto è possibile, “è una questione di scelte, basta solo scegliere bene”. Il tempo ha perso la sua ciclicità, ma anche la sua linearità, per divenire puntillistico, frammentato in una moltitudine di possibilità. Nascosta dietro la facciata della libertà, del “puoi essere e fare ciò che vuoi” si annida, però, l’angoscia di non essere e di non avere mai abbastanza, di scoprirci costantemente inadeguati. L’unico modo per essere considerati, e considerarci, utili è attraverso l’accumulo di titoli, esperienze e denaro. La retorica della meritocrazia e della competenza basata sull’assunto che soldi, potere e lavoro siano distribuiti secondo le capacità e gli sforzi di ciascuno, ci trascina in una perenne competizione non solo con gli altri, ma soprattutto con noi stessi. Immersi in un incessante processo di miglioramento diveniamo inconsapevoli di un meccanismo di produzione in cui il nostro lavoro, sempre più produttivo, non è una libera attività consapevole che regala soddisfazione, ma è orientato al guadagno (quasi mai nostro, e in tutti i sensi). La versione migliore di noi stessi è sempre a un passo da noi e questa corsa verso un appagamento inafferrabile ci rende ciechi di fronte al fatto che nel frattempo ci stiamo perdendo la nostra vita. 

Il lockdown è stato straziante perché, fuori dal mondo sociale, lontano dallo sguardo altrui, il nostro ego si mostra per quello che è – immaginate una puntina che fa scoppiare un palloncino che, svuotandosi dell’aria, rivela un misero contenitore di plastica (nemmeno riciclabile). Quello a cui aspirava Marcuse negli anni Sessanta potrebbe sembrare un utopia, ma il mondo che immaginiamo non è forse il mondo in cui possano avverarsi i nostri desideri e le nostre speranze?

Un mondo libero dall’obbligo della produzione, in cui il principio di realtà possa riconciliarsi con il principio di piacere. In cui l’Eros, inteso nel suo senso più ampio ad indicare tutto ciò che stimola il piacere umano, è finalmente libero. Un mondo in cui le attività umane possano essere orientate alla crescita personale, incentivate dalla fantasia e dalla creatività, dall’entusiasmo e dal desiderio alla vita. Un mondo che restituisca al singolo la libertà dell’otium, di assaporare la vita, il tempo, la natura, le cose più semplici, in dialogo con il suo vero io, spogliato delle maschere che la società ci impone di indossare. 

La virgola è la porta girevole del pensiero.

Se tutti sapessero di più su ciò che ci circonda, il mondo sarebbe un posto migliore. Il nostro magazine di divulgazione culturale è gratis e libero, così da permettere a tutti di sapere di più.
Se ti piacciono i nostri articoli, potrai contribuire anche tu a raggiungere questo scopo.