Scrivi, trova il tuo metodo e poi seguilo. Intervista a Joe Lansdale.

Scrivi, trova il tuo metodo e poi seguilo. Intervista a Joe Lansdale.
Foto di Wyatt Mcspadden

di Marco Caponera

Tempo di lettura 4 minuti

Quarantacinque romanzi e trenta raccolte di racconti. Dall’horror puro al western, dalla fantascienza al thriller, passando per lo splatter e i fumetti, talvolta mescolando i generi tra loro; il tutto raccontato con un’ironia inconfondibile e un gusto per il bizzarro e le inaspettate pieghe della vita mai scontato. Basterebbe questo per presentare uno dei più grandi scrittori contemporanei: Mister Joe Richard Lansdale. Anche se con lui c’è sempre qualcosa da scoprire.
Oltre alla sua grandezza, noi di Virgola abbiamo deciso di intervistarlo soprattutto perché lo scrittore Texano ha un rapporto particolare con il nostro paese, dove si registra uno dei numeri di vendite più alti fuori dagli Usa. Tanto popolare da far arrivare recentemente nelle nostre librerie il saggio sulla sua vita “In fondo è una palude” del suo amico e traduttore Seba Pezzani, dove emerge il ritratto di uno scrittore fuori dagli schemi anche per la sua normalità. 

Joe, vorrei iniziare chiedendoti qual è il momento preciso in cui l’idea che hai in mente diventerà il tuo prossimo romanzo o racconto. E cosa succede concretamente? 
È difficile dirlo esattamente. Non è sempre la stessa cosa: diciamo che per me è più uno stato d’animo in cui mi ritrovo. Magari sono due idee che entrano in collisione, o la voce di un personaggio che “appare”. Può variare, ma per lo più avviene in questo modo: scrivo un capitolo e la storia prende forma. Questo è il caso più comune. L’inizio vien fuori così.

Le tue storie spesso sono ambientate in epoche di poco precedenti alla nostra. Come sarebbe stata diversa la tua adolescenza con uno smartphone in tasca?
Penso che non sarebbe stata tanto interessante. Adoro i telefoni cellulari. Ma ho dovuto imparare le cose, non solo cercarle sul telefono. Le biblioteche richiedono ricerca e lettura. Penso che questo mi abbia aiutato a immagazzinare meglio le cose.

Gente che va a vedere un film in auto, sportello contro sportello (come nei tuoi racconti sui drive-in) contro gente che guarda serie tv su Netflix parete contro parete. Ti fa riflettere questo cambiamento, pensi ci sia un significato più grande dietro? Oppure pensi che ogni epoca abbia il suo modo di intrattenersi? 
Ogni età ha il suo divertimento. Adoravo il drive-in, ma ora non sono più sicuro di poter sopportare il caldo estivo, le zanzare e il pessimo impianto audio. Inoltre, quei film erano buoni allora, perché molti erano fatti esclusivamente per i drive-in, ma la cultura e la natura del film, l’aspettativa dal film è cambiata drasticamente. Amo Netflix, ma adoravo anche il drive-in.

Una domanda da svariati milioni di dollari: cosa rende interessante una storia?
Di solito sono i personaggi, a volte anche l’idea, ma le storie migliori contengono entrambe le cose. Più un buon dialogo e uno stile letterario interessante.

Dopo gli Usa, viene l’Italia come numero di vendite, pensi che questo sia per via di alcune cose che i tuoi personaggi e le tue storie hanno in comune con un certo tipo di provincia Italiana, e che riescono a portare fuori qualcosa di simile?
No. Penso che una buona storia sia una buona storia. Poi se questa storia riesce a portare fuori qualche altra cosa è meglio. Ma alla fine i lettori sono lettori.

Riguardo la religione, ti professi ateo e spesso hai messo l’accento sulle sue storture, a partire dalla Bibbia che reputi il primo romanzo horror della storia. Pensi che l’influenza sulle persone stia diminuendo? 
Ne dubito. Qui il cattolicesimo è ancora visto come uno strano tipo di religione, da molte persone. Alcuni non si rendono nemmeno conto che si tratti di una religione cristiana. Ora la situazione sta cambiando, le chiese cattoliche continuano ad aumentare ad opera di una sempre più numerosa popolazione ispanico-cattolica.  

Dici di lavorare circa tre ore al giorno, di mattina, soprattutto per chi si avvicina alla scrittura, quanto pensi che sia importante trovare un proprio metodo?  
È il punto fondamentale. Devi scrivere, trovare il tuo metodo e attenerti ad esso, cambiandolo solo quando smette di funzionare per te. Ma dagli tempo, qualunque metodo tu scelga di volta in volta.

Ti sei mai trovato nella situazione di dover riscrivere una parte consistente del tuo manoscritto? 
Parecchie volte, sì. Agli esordi, sempre. Ora molto poco, anche se succede. È successo di recente.

Un aspirante scrittore del 2019 si trova di fronte un mondo fatto di ebook, self publishing, blog, cosa potrebbe fare per farsi notare? 
Questa è difficile. Sono contento di aver iniziato in quell’epoca. Il modo migliore è scrivere i migliori libri possibili, partecipare ad eventi per scrittori, incontrare persone che possono dar corpo al nostro lavoro, come agenti, redattori, editori e così via.

Qual è secondo te la cosa tecnicamente più complicata della scrittura?
Lo spelling.

E quella più semplice? 
I dialoghi.

Ultima domanda: come ha passato le vacanze estive uno scrittore Texano?
Semplicemente, come ogni altro periodo dell’anno.

 

Traduzione di Venusia Vega